REFERENDUM DEL 17 APRILE..VEDIAMO DI CAPIRCI QUALCOSA?

NO ALLE TRIVELLEE’ da un po’ che leggo su Facebook le ragioni dei sostenitori del no e, devo ammettere, mi avevano incuriosito non poco...”ma vuoi vedere che hanno ragione?”. Poi, però, ho iniziato a documentarmi, cercando di raccogliere più fonti, confrontandole, riscontrandole. Ne è venuto fuori un “vademecum” che condivido volentieri con chiunque voglia approfondire la questione così da - il prossimo 17 Aprile - segnare il SI sulla scheda in modo consapevole e con vera cognizione di causa. E rispondere argomentando a modo a chi sostiene il no. Buona lettura!
IL TEMA
Il Referendum “anti trivelle” del 17 aprile riguarda SOLO le attività petrolifere presenti nelle acque italiane entro le 12 miglia (c.a. 22 km) dalla costa. Non quelle sulla terraferma o in acque internazionali. ll Referendum riguarda 21 concessioni che si trovano entro tale limite: una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia. NON mette in discussione la creazione di nuove piattaforme entro le 12 miglia perché GIA’ VIETATE. Inoltre non contempla la regolamentazione delle trivellazioni sulla terraferma o oltre le 12 miglia. Il Referendum, quindi, non riguarda nuove trivellazioni, ma la possibilità per gli impianti già esistenti di continuare a operare finchè i giacimenti sottostanti non saranno esauriti: con la legge attuale, possono, nei fatti, andare avanti fino ad esaurimento; se passasse il SI, potranno andare avanti fino alla scadenza della concessione in corso. La Legge di Stabilità 2016 stabilisce infatti il divieto di “ricerca e coltivazione” idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. In altre parole, con questa norma il governo ha messo le concessioni già autorizzate al riparo dal divieto di poter estrarre idrocarburi entro le 12 miglia.
LA STORIA
Inizialmente erano sei le domande referendarie proposte da nove regioni (Basilicata, Puglia, Molise, Veneto, Campania, Calabria, Liguria, Sardegna e Marche). I Referendum riguardavano a tutto tondo la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi nel sottosuolo italiano TERRESTRE e MARINO. La Cassazione, il 26 novembre scorso, aveva dichiarato conformi tutti e sei i quesiti referendari contro le trivellazioni. Successivamente, il Partito Democratico ed i suoi alleati in maggioranza, spaventati da una sonora sconfitta politica se i Referendum fossero passati, ha fatto buon viso a cattivo gioco ed ha modificato la normativa vigente in tema di trivellazioni, con la Legge di Stabilità 2016: il Parlamento ha così fatto in modo di recepire tre dei sei quesiti referendari, grazie ad alcune modifiche ad hoc. Di conseguenza, la Cassazione ha bocciato l’8 gennaio cinque quesiti, lasciandone in piedi solo uno[1]. Quindi, in estrema sintesi, a seguito delle azioni di Governo e Parlamento, poste in essere per correre ai ripari ed evitare uno tsunami referendario, è rimasto un solo quesito. Chi afferma che il Governo Renzi ha “democraticamente“ accolto le posizioni delle regioni che hanno proposto i Referendum, mente sapendo di mentire: la Giurisprudenza italiana[2] ha più volte ribadito che, a differenza del legislatore, il quale può “correggere o addirittura disvolere quanto ha in precedenza statuito”, il Referendum manifesta una volontà definitiva e irripetibile: l’abrogazione referendaria non consente al Parlamento e al Governo di stravolgere quanto ha deciso, con il suo voto, il popolo sovrano. Se ne deduce che è molto più facile, per il Governo, modificare e rimodificare una legge parlamentare invece di una norma modificata da un Referendum abrogativo. Il Governo Renzi ed il “suo” Parlamento hanno optato per il male minore. Chi, poi, dice che questo è un Referendum zoppo, ha ragione, ma scorda di dire che la responsabilità di ciò è del Governo e della sua maggioranza parlamentare e che se non fosse stato per i sei quesiti referendari proposti dalle regioni, avremmo una legge ancora più brutta e permissiva e si parlerebbe ancor meno di quest’importantissimo argomento.
QUESTIONI AMBIENTALI
Vi è un reale pericolo di sversamenti di idrocarburi in mare, con conseguenti danni alle spiagge e al turismo? Dal 1950 a oggi ci sono stati pochi incidenti che hanno riguardato impianti di estrazione: a Cortemaggiore (Piacenza) nel 1950 e a Trecate (Novara) nel 1994, a Porto Corsini (Ravenna) nel 1965. Il che dimostra che l’incidente è comunque possibile: più o meno probabile ma possibile e, come s’impara il primo giorno a lezione di Risk Management, ciò che bisogna considerare non è tanto o solo la frequenza dell’incidente, ma la criticità e l’intensità dello stesso: se il rischio che una centrale nucleare salti in aria è bassissimo, le conseguenze sarebbero talmente disastrose che le precauzioni da attuare devono essere elevatissime. Allo stesso modo, in un mare chiuso come il Mediterraneo il disastro ambientale sarebbe certamente amplificato e potrebbe anche essere difficilmente recuperabile. Un altro pericolo per l’ambiente è la tecnica dell’Air-Gun: per la scansione dei fondali viene utilizzata una tecnologia che (detta in modo semplice) “spara” aria compressa sui fondali, la quale genera onde che “leggono” il sottosuolo. Alcuni cetacei e alcune specie di pesci vengono seriamente colpiti con lesioni e perdita dell’udito. C’è poi il rischio di movimenti tellurici legati soprattutto all’estrazione di gas. Forse è bene ricordare che nel maggio del 2012 l’Emilia viene colpita da due terremoti che provocano parecchie vittime e ingenti danni ad attività industriali ed abitazioni. Successivamente, venne costituita una commissione di esperti e scienziati, detta ICHESE (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region), che chiuse i lavori affermando che non è possibile escludere che le estrazioni petrolifere effettuate in Emilia non abbiano generato le scosse telluriche di Maggio 2012. Il rapporto ICHESE, consegnato nella mani dell’allora presidente della Regione Vasco Errani, stranamente non venne subito divulgato, almeno fin quando non venne scoperto da un giornalista inglese che ne scrisse nella prestigiosa rivista Science. Ma questa è un’altra storia… Quindi, ufficialmente e scientificamente si deve prendere per buono che le operazioni connesse alle estrazioni petrolifere possono generare terremoti senza che vi possa essere alcuna smentita. I favorevoli alle trivellazioni sostengono che se il Referendum vincesse, arriverebbero in Italia più petroliere, aumentando i rischi di inquinamento da idrocarburi nel mar Mediterraneo. Il che è però non corretto, sia perché, come vedremo più avanti, il quantitativo di petrolio estratto da tali piattaforme è tutto sommato marginale, sia perché viene soprattutto estratto gas, ed il metano che viaggia in nave costituisce una quota molto bassa, oltre a comportare problematiche ben diverse da quelle originate da sversamenti di petrolio.
QUESTIONI GIURIDICHE
Per il costituzionalista Enzo Di Salvatore la norma presente nella Legge di Stabilità 2016 è palesemente illegittima in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza. La legge, prosegue Di Salvatore, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che in materia di ricerca e di estrazione di idrocarburi prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa”. La conseguenza, sempre per il costituzionalista, potrebbe essere l’apertura da parte dell’Unione Europea di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.
POLITICA
Il Referendum ha anche e soprattutto un valore politico: l’obiettivo è quello di mettere gli italiani in condizione di decidere quale politica energetica vogliano per nei prossimi anni, anche alla luce del Vertice di Parigi sul clima, il cosiddetto COP 21, dello scorso dicembre, che ha evidenziato – non per primo - le conseguenze ambientali del modello di sviluppo basato sull’uso intensivo dei combustibili fossili che sta al centro del sistema energetico mondiale, invitando gli Stati a ridurre la dipendenza da essi.
OCCUPAZIONE
il 18 aprile nessun posto di lavoro sarà perso perché le concessioni entro le 12 miglia già attive scadranno tra 5, 6 e 10 anni. Molte scadenze di questi titoli di concessione avverranno anche dopo il 2023 (anno in cui la già citata Conferenza del clima di Parigi pone COMUNQUE l’aggiornamento delle posizioni dei vari Paesi per il clima e le rinnovabili e contro i fossili). Inoltre, in nessun caso si avrebbero danni al cosiddetto indotto, perché semplicemente..non esiste.
PROSPETTIVA ECONOMICA
Chi sostiene che le concessioni portano denaro nelle casse pubbliche, dimentica che per trivellare i mari italiani si pagano le royalties più basse al mondo: SOLO il 7% del valore di quanto si estrae. Chi sostiene che il blocco delle trivelle determinerà una contemporanea fame di combustibili fossili è in errore: le piattaforme presenti entro le 12 miglia (e relative alle 21 concessioni attive) sono 92, di cui 48 eroganti. Di queste 39 estraggono gas e solo 9 petrolio. Basandosi sui dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico, se il Referendum passasse rinunceremmo al 17,6% della produzione nazionale di gas (pari al 2,1% dei consumi nel 2014) e al 9,1% della produzione nazionale di petrolio (pari allo 0,8% dei consumi nel 2014). Nel 2014, la produzione di idrocarburi in Italia ha soddisfatto neanche il 10% del consumo totale nazionale. Inoltre, un eventuale deficit si verificherebbe molto gradualmente, via via che le concessioni scadranno. Dunque, c’è tutto il tempo per vagliare nuove politiche energetiche di medio e lungo periodo che puntino su fonti energetiche alternative e su un riassetto degli approvvigionamenti. Certo, come gli altri Paesi del mondo, anche l’Italia non può ancora fare a meno di petrolio e gas naturali. Tuttavia, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2014 si è registrata una riduzione del consumo interno lordo di petrolio dell’1,8% e di gas naturale dell’11,6% rispetto al 2013. In generale, il consumo di energia in Italia è diminuito del 3,8%. Contestualmente, si è registrato un aumento della produzione nazionale di energia elettrica (+2,8%) e, in particolare, proveniente dalla produzione di petrolio (+4,8%) e da fonti rinnovabili (+4,7%), mentre è diminuita la produzione di gas naturale (-7,6%). Come mostrano i dati sul consumo interno lordo di energia elettrica, raccolti dalla società Terna, operatore di reti per la trasmissione dell'energia elettrica, nel 2013 la quota percentuale di energia elettrica prodotta da rinnovabili è stata del 33,9%. Ed è salita al 37,5% nel 2014. Mentre l'energia elettrica ricavata da fonti tradizionali è scesa dal 53,3 al 48,8%. Questi numeri dimostrano che il contributo delle fonti rinnovabili alla produzione nazionale di energia elettrica eguaglia (e supera) ormai quello del gas naturale (sceso dal 33% del 2013 al 29,1% nel 2014). NON E’ FANTASIA, LE FONTI RINNOVABILI ESISTONO, CRESCONO E SONO ECONOMICAMENTE CONVENIENTI. Altrimenti, non avremmo questi numeri.
GUERRE E TRIVELLE…
C’è anche chi sostiene, diventando opportunamente pacifista, che impedire la produzione interna di petrolio o metano significa preferirne l’importazione, magari dalla Libia, finanziando le milizie in guerra. Rassicuriamo chi sostiene ciò: il petrolio libico, Referendum o meno, sarà (è) oggetto di contenziosi internazionali per il suo accaparramento. E proprio alla luce di questo e di quanto già esposto che chi sostiene le ragioni del SI vuole che si varino al più presto politiche energetiche serie, organiche, che riconsiderino gli investimenti per tutte le fonti energetiche e programmino attentamente gli approvvigionamenti.
REFERENDUM NIMBY?
Il Referendum del 17 aprile non può essere definito un’iniziativa NIMBY (Not in My BackYard – che potremmo tradurre in un “non a casa mia”) perché ha come oggetto una questione nazionale, anche se è stato presentato dalle regioni. Inoltre, tra le ragioni alla base del Referendum non c’è soltanto la volontà di impedire la costruzione di piattaforme di estrazione vicino alle coste per non danneggiare l’economia del turismo, ma c’è anche la volontà di porre al centro del dibattito nazionale il tema della politica energetica. Gli stessi oppositori del Referendum imputano ai sostenitori del sì l’intenzione di voler dare un segnale politico al di là del merito del quesito…ma se è così, allora il Referendum non può essere ridotto a una iniziativa NIMBY!
FONTI
Ministero dello Sviluppo Economico, Regione Emilia Romagna, Terna, Il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano, Comitato No Triv, Comitato Ottimisti e Razionali, Formiche.net, Consulta Online, Valigiablu.it
NOTE
[1] Su due dei 5 quesiti bocciati, alcune regioni proponenti non sono si sono trovate d’accordo sull’inammissibilità e dunque hanno presentato ricorso alla Consulta Costituzionale, la quale si è pronunciata in Marzo 2016: una pronuncia nel METODO e non nel MERITO quella della Consulta, che ha deciso che i ricorsi per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promossi dalle Regioni sulla questione delle trivellazioni non possono essere ammessi dalla Corte Costituzionale. Secondo quanto scrivono i giudici costituzionali, le richieste di Referendum per gli altri due quesiti sono state bocciate perché “non è stata espressa la volontà di sollevare detti conflitti da almeno cinque dei Consigli regionali che avevano richiesto il Referendum prima delle modifiche legislative sopravvenute”.
[2] Vedi ad esempio la Sentenza 468 del 1990 della Corte Costituzionale.
Roberto Romano, Segreteria Prov.le PRC Reggio Emilia
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